New York, The Gateway to America

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di Valeria De Cecco

L'Empire State Building, la Quinta Strada, i poliziotti del NYPD...
La televisione ha reso questa città così familiare
che anche la prima volta sembra di averla sempre frequentata

A chi proviene dall'aeroporto Kennedy New York si annuncia con le lapidi del Calvary Cemetery, a Queens, in primo piano contro lo skyline dei grattacieli di Manhattan.


Un attimo di riflessione sull'effimero, poi é come entrare in un episodio della serie NYPD, New York Police Department. E sembra di averla sempre frequentata. Poliziottoni neri e buoni, la Fifth Avenue, Tiffany, l'Empire State Building, Broadway, l'hotel Plaza e Central Park.



Ma fate un salto di un centinaio d'anni, prima dei film e della televisione, prima dell'innamoramento per la cultura yankee. Quando l'Italia era ancora un paese agricolo e la carne un lusso, quando i viaggi di nozze erano al massimo la gita in treno a Roma o a Venezia e i blue jeans li usavano solo i "camalli", gli scaricatori di porto genovesi.

La “tubica” a Ellis Island.
A quei tempi New York accoglieva gli italiani dal lato opposto di Manhattan. A Ellis Island, ex deposito di munizioni della US Navy, dove il 1 gennaio del 1892 una ragazza irlandese chiamata Annie Moore, passò alla storia come la prima di dodici milioni di uomini e donne entrati negli USA attraverso la nuovissima Immigration Station. The Gateway to the American Dream, il passaggio verso il sogno americano (sbarrato definitivamente nel '54), conserva ancora nelle teche della Registry Room una traccia abruzzese. E' un pezzo di "tubica", il tipico tessuto a scacchi per tovaglie del Cotonificio Tinari di Lanciano.

I nomi perduti.
Altre tracce sono racchiuse nella memoria dei computer che digitando un cognome restituiscono l'elenco degli omonimi passati dal cancello di Ellis Island. A patto che il nome non sia stato storpiato dal funzionario dell'immigrazione. Tanti hanno perso così la propria identità. Altri il filo con le radici l'hanno tagliato da soli. "Ancora negli anni 60 la gente si odiava in modo spaventoso perché nessuno poteva essere quello che era", raccontava in un'intervista nel '95 Rosetta Romagnoli (Boston), presidente della Federazione delle associazioni abruzzesi degli Usa. "Gli italiani si vergognavano e si cambiavano perfino il cognome". Gli americani, popolo multietnico per eccellenza, appiattiti dalla politica del "melting pot" (crogiolo) hanno cominciato solo di recente ad apprezzare il multiculturalismo. E gli Italo-americani non hanno fatto eccezione.

I primi e gli ultimi.
Ancora Rosetta Romagnoli: "C'era un'insofferenza grandissima verso gli ultimi arrivati da parte degli italiani che stavano qui da diverso tempo". "Ricordo un giorno che ero andata a comprare verdura e il fruttivendolo di origine italiana mi diede verdura tutta gialla. Gli dissi: “Ma scusa, perché mi stai dando questa roba?” “Perché, all'Italia mangiavi qualcosa di meglio?”, mi rispose in italiese. Lasciai lì la verdura e scappai piangendo".

Mutuo soccorso.
A Newton, Massachusetts, John Amicangioli, arrivato in America all'inizio del '900, si era già accorto delle difficoltà che intralciavano il sogno americano dei connazionali. Discriminazione, lavori mal pagati e fame in caso di malattia. Era il 1915 quando realizzò il suo sogno: fondare un'organizzazione che assistesse i suoi soci e le loro famiglie nei momenti difficili, sul modello delle società di mutuo soccorso. Le diede il nome di un repubblicano sulmonese morto all'inizio del secolo: Italian Benevolent Society Filippo Corsi. Era il primo club abruzzese negli Usa.

Orsogna Mutual Aid Society.
A New York la stessa idea balenò nella mente di sette orsognesi: Filippo Di Benedetto, Antonio D'Angelo, Giuseppe e Pasquale Iocco, Nicola Pisoti, Emidio Di Rico e Nicola D'Alleva. Il 27 giugno del 1939, nasceva l'Orsogna Mutual Aid Society. Sosteneva gli abruzzesi malati con un contributo settimanale e la consulenza di un medico. Nel dopoguerra i soci erano 250. Comprarono una proprietà ai numeri 26-23 della 18th Street ad Astoria, Queens, tra l'East River e l'aeroporto Fiorello La Guardia.

Pupe e tacchini.
Antonio Carlucci é il 19° presidente dell'associazione. Nel nuovo direttivo ci sono: Maria Augusto, Rocco Ciancio, Nicola Di Rico, Maria Fosco, Giovanni Iocco, Vincenzo Madonna, Joe Munge, Armando Sacramone, Nicola Sciorilli e Sara Tenaglia. La sede con bar e sala ristorante per 150 persone, é aperta tutti i giorni. Il bar serve vero caffé e giornali italiani. La tv é sintonizzata sulle partite di calcio. Sul retro: un giardino con campo di bocce dove ogni anno un campionato premia i primi 4 classificati. Prima del Thanksgiving si sorteggiano cinque tacchini. L'Ottava di Pasqua viene onorata con scampagnata e pranzo a base di agnello e fiadoni, pupa, cavallo e cuore di pasta di mandorle all'abruzzese.

San Rocco.
Il 16 agosto, in contemporanea con i compaesani rimasti a Orsogna, si celebra la festa di San Rocco. Messa in giardino, cena, ballo e fuochi d'artificio, ma soprattutto la processione per le vie di Astoria, come quelle di San Gennaro e Sant'Antonio a Little Italy, seguita da quattro, cinquecento persone. La statua, dicono, "é originale di Orsogna", l'ha "portata don Vincenzo più di venticinque anni fa". Il 12 ottobre, invece, ci si sposta a Manhattan insieme agli altri italiani del Queens per la grande sfilata del Columbus Day. Si dice che più di 4.000 orsognesi abitano fra Astoria-New York, Everett-Massachussetts e qualche altra città americana. Ma non si sa quanti abruzzesi ci sono a New York. Gli italiani sono più di un milione e ottocentomila, ormai dispersi fra centro e sobborghi.

Little Italy addio.
Little Italy si é arresa all'invasione cinese. Resistono solo i bar e i ristoranti di Mulberry Street. Altri quartieri e altre strade offrono cibo e conforti italiani. Ma i cuochi dei ristoranti italiani negli States, insinua Henry Liebman sul sito dell'American Immigration Center, ormai sono per lo più rifugiati palestinesi, giordani o iraniani che, prima di sbarcare negli Usa, sono passati per le cucine dei ristoranti in Italia. Quindi predice un futuro ormai prossimo con un fiorire di ristoratori albanesi-italiani, che cominceranno come cuochi e poi compreranno i locali dagli arabi-italiani che come gli italo-americani non vorranno più cucinare per altri. The American dream still works, conclude. Il sogno americano funziona ancora.

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